A WIMBLEDON CON ROGER MOORE

di Enzo Latronico*

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Roger Moore

Mi piace molto l’idea di ricordare Sir Roger Moore attraverso la cronaca del suo ultimo spettacolo tenuto in un teatro di Wimbledon un pomeriggio di due anni fa. C’ero anch’io e devo dire subito che il tempo non aveva affatto scalfito l’eleganza innata e l’aplomb tutta britannica di Moore. Sir Roger Moore infatti, classe 1927, londinese doc, fin troppo, all’epoca stava portando in tour, lungo tutto il Regno Unito, un singolare spettacolo teatrale nel quale si raccontava al pubblico senza maschere di sorta e in assoluta tranquillità, incalzato di tanto in tanto dalle puntuali domande del suo addetto stampa Gareth Owen. Uno spettacolo elegante e in puro stile Roger Moore, quello stesso stile che l’aveva sempre contraddistinto e che grazie al quale era diventato appunto Roger Moore. Al New Wimbledon Theatre di Londra si era tenuta la prima di “An afternoon with Sir Roger Moore”. In un teatro gremito, dal palchetto d’onore faceva il suo ingresso, in abito bianco, Mrs. Kristina Tholstrup Moore, quarta moglie di Sir Roger che con fare davvero molto affettuoso seguiva il marito nelle sue performances e già l’attesa per vederlo sul palco diventava spettacolo stesso, le colonne sonore e una sequela di foto di scena dei suoi film proiettate sul fondale del palcoscenico accompagnavano lo spettatore, quasi prendendolo per mano, lungo tutta la sua carriera cinematografica. Finalmente dopo i canonici dieci minuti di ritardo faceva il suo ingresso Gareth Owen che dopo i saluti e i ringraziamenti di rito annunciava: “Ladies and Gentlemen… Sir Roger Moore”. Un lungo applauso, 007’s gun barrel, british emotion e dalla destra del palco entrava lui, e pareva subito di vedere James Bond. Lo spettacolo cominciava. Con un impeccabile completo blu e cravatta regimental, alzava il sopracciglio alla Bond e spostava da una specie di trono un cuscino che riporta l’union jack, sorrideva, la mostrava la pubblico e con delicatezza lo poggiava a terra, accanto alla sua poltrona/trono. Si accomodava, si sbottonava la giacca, sistemava la cravatta e cominciava a rispondere alla prima domanda posta da Owen, la più semplice e canonica delle domande: “come è iniziata la tua carriera?” Giovanissimo, rispondeva sicuro e divertito, subito dopo il servizio militare nella Royal Army (l’esercito); prima a teatro con piccole parti, poi al cinema mettendosi in evidenza con il film “L’ultima volta che vidi Parigi”, era il 1953. Qualche anno prima però, quando lavorava in piccole produzioni inglesi, per le quali ha fatto di tutto, si rese conto che quella dell’attore sarebbe potuta diventare una professione, ne parlò con suo padre, un agente di polizia, il quale con disappunto lo pregò di lasciar perdere. Non lo ascoltò. La conversazione continuava e tra una battuta e l’altra si affrontava il tema di Ivanhoe, serie televisiva che lo vide nei panni del mitico condottiero ideato da Walter Scott e per il quale ha dovuto imparare a cavalcare e a tirar di spadone. Riferiva che durante un’azione a cavallo il regista diede lo stop per permettere il passaggio di un gregge di pecore. Poi giunse il momento del “Santo”, Simon Templar, un personaggio a cui Sir Roger era davvero molto affezionato e non era mancato un momento d’ilarità quando era comparsa sulla testa di Moore un’aureola proiettata su uno schermo. Era talmente in simbiosi con Templar che la gente e gli amici lo chiamavano Simon oppure mr. Templar. Suo bersaglio preferito era sembrato essere Sean Connery, al quale non aveva risparmiato la sua famosa esse trascinata da scozzese e per rincarare la dose pronunciò, in un inglese perfetto, la battuta: Bond, James Bond; per pronunciarla nuovamente alla Sean Connery: Bond, Jamesshh Bond. Lo definì comunque suo carissimo amico anche se aveva dichiarato che il suo 007 preferito interpretato da Connery era “Diamonds are forever” (il peggiore della serie). L’intervista era proseguita toccando un’altra serie culto “The Persuaders – Attenti a quei due” e qui Moore non aveva risparmiato nulla nemmeno al povero Tony Curtis. Lo aveva definito bizzarro e strano poiché sul set indossava con orgoglio sempre un paio di guanti neri, li aveva portati per tutta la serie e di tanto in tanto urlava “Roger, Roger… look here” (guarda qui) e roteava le mani in alto; Roger Moore sorrideva e pronunciava a denti stretti: “very strange, i never understood” (molto strano, non l’ho mai capito).

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Roger Moore e Barbara Bach in “007. La spia che mi amava”.

Dopo una breve pausa, Sir Roger finalmente affrontava il tema di James Bond, tutta la seconda parte dedicata a 007, al suo timore per le armi e a certi mancati primi piani perché chiudeva gli occhi non appena sparava “was stronger than me” (era più forte di me). Il suo Bond è stato quello più longevo, interpretato infatti per sette pellicole e anche quello più raffinato ed elegante anche se il più lontano dal romanzo. Aveva definito ad esempio Hervé Villechaize, l’interprete di Nick Nack in “L’uomo dalla pistola d’oro”, un vero donnaiolo… spesso pagava (sorrideva). Concluse parlando di Daniel Craig (l’ultimo Bond) trovandolo molto vicino a Sean Connery e aveva apprezzato particolarmente “Skyfall” definendolo “terryfing” che al contrario, per un private joke tutto inglese, significa sconvolgente in modo magnifico. Gli ultimi dieci minuti li aveva dedicati alla sua cara amica Audrey Hepburn e al suo lavoro di ambasciatore Unicef. Al termine dello spettacolo, Sir Roger, si era speso rispondendo alle domande del pubblico, riscuotendo anche la dichiarazione d’amore di un’attempata ammiratrice alla quale aveva risposto “please, i’m married and my wife is here” credo che non occorrano traduzioni. Il commiato, dopo quasi due ore, è stato commovente, un saluto da reale alzando elegantemente la mano al cielo.
* Giornalista e appassionato studioso della cinematografia di James Bond
Pubblicato sul quotidiano Libertà il 27 maggio 2017

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