Dieci domande a Seba Pezzani, traduttore, scrittore e musicista

Seba Pezzani
Seba Pezzani

Caro Seba, innanzitutto grazie per averci concesso quest’intervista e comincerò con una domanda che avrebbe dovuto essere quella conclusiva, poiché so che sei appena tornato dagli Stati Uniti, dove hai incontrato Jeffery Deaver, puoi dirci cosa ci state preparando?
In realtà, non stiamo preparando nulla. Semplicemente, sono stato invitato dal Professor William Ferris, docente di storia e folklore del Sud degli Stati Uniti, a parlare ai suoi studenti della UNC (University of North Carolina). Guarda caso, la sede della UNC è Chapel Hill, dove abita da diversi anni pure Jeffery Deaver. Così, finalmente, sono riuscito a organizzare questo giro e a far incontrare Jeff e Ferris. Siccome anche l’amico comune Joe Lansdale ha deciso di venirmi a trovare, e con lui sua figlia Kasey con la quale io e i RAB4, la mia band, abbiamo spesso suonato, si è trattato di una sorta di rimpatriata a stelle e strisce. Ho alloggiato a casa di Jeff, che conosco dal 1999. Insomma, è stata una settimana di vacanza nella quale ho avuto modo di conoscere una zona degli USA in cui non ero mai stato e in cui tornerò a suonare con i RAB4 in ottobre. Jeff, da parte sua, è sempre attivo e sta scrivendo come sempre.

Come si diventa traduttore? … e nel tuo caso specifico di un autore come Deaver?
Il mio è un percorso senz’altro anomalo. Non ho fatto studi linguistici. Vengo dal Liceo Classico e da Scienze Politiche, ma ho sempre avuto grande interesse per il mondo e la cultura anglosassoni, prima, e a stelle e strisce, poi. Da quando a dodici anni sono stato folgorato sulla via di Liverpool, diventando un super-fan dei Beatles, la mia vita è cambiata. Ho iniziato ad ascoltare dischi su dischi di musica inglese e americana e a leggere libri su libri in inglese. Evidentemente, oltre alla grande passione per la musica, avevo una forte predisposizione per la lingua perché mi è sempre risultato semplice fare miei i diversi accenti. Anni e anni di letture e ascolti, senza mai farmi sfuggire l’occasione di parlare la lingua non appena potevo, mi hanno fatto raggiungere un ottimo livello di conoscenza. Poi, nel 1996, decisi che il mio lavoro di agente di vendita di pubblicità sulle Pagine Gialle non mi avrebbe mai soddisfatto e pensai, “Perché non mettere a frutto la conoscenza della lingua e la passione per la scrittura?” Naturalmente, non è che le cose siano state molto facili. Ma ho iniziato a tradurre qualsiasi cosa mi venisse data. Finché, nel 1999, tramite l’amico Luca Crovi fui invitato al Noir in Festival di Courmayeur nelle vesti di musicista e conobbi Jeffery Deaver, che non sapevo minimamente chi fosse. La mia ignoranza deve averlo divertito non poco, perché l’anno seguente Jeff mi telefonò da Mantova e mi invitò a salutarlo. Finalmente, dopo che quel 11 settembre del 2001 restò bloccato a Milano, dove io avrei dovuto tradurre le sue parole in una libreria, la sua casa editrice del tempo, Sonzogno, mi propose di accompagnare Jeff in uno dei suoi tour promozionali, cosa che ho fatto almeno una volta all’anno a partire dal 2002. Vincere la diffidenza in un mondo sospettoso, asfittico e non sempre esente dalle spintarelle e dai favoritismi non è stato facile. Però, tutti dicono che io sia un ottimo interprete e Luca Crovi, un amico, decise di volermi come tale nella sua trasmissione radiofonica “Tutti i colori del giallo”, in onda per sei stagioni su RADIO2 RAI. Fu lì che le mie qualità saltarono fuori e che ebbi la possibilità di farmi conoscere da tanti editori, piccoli e grandi. Ma sta scritto che io mi debba sempre guadagnare la pagnotta duramente. Oggi, non senza contenziosi e qualche giudizio non lusinghiero, ho all’attivo un centinaio di libri tradotti, di cui una settantina romanzi e i restanti saggi o biografie. E, una dozzina d’anni dopo aver conosciuto Jeffery Deaver, ho pure tradotto tre suoi romanzi.

Non traduci solo Deaver, quali sono gli altri autori e chi incontra di più i tuoi gusti letterari?
Sono tantissimi. Diciamo che ho una preferenza per gli autori americani, ma ho tradotto libri di Mark Twain, Joshua Slocum, Larry McMurtry (vincitore di Pulitzer e Oscar), John Harvey, Vikas Swarup, Anne Perry, Ian Ferguson, Ken Bruen, John Densmore (batterista dei Doors), Tom Franklin e innumerevoli altri. Mi diverte molto tradurre l’amico Joe Lansdale e pure Clive Cussler, un autore di bestseller che trova sempre il modo di scrivere pagine leggere, che scorrono con gusto.

Come ti approcci ad un testo? Ogni autore è diverso e ognuno ha un suo stile, quali sono le maggiori difficoltà?
La prima difficoltà, che solitamente e con un certo snobismo i traduttori tacciono, è quella della comprensione letterale del testo. Prima di tutto, bisogna capire esattamente cosa sta dicendo l’autore. Non è affatto una cosa scontata, soprattutto perché molti testi moderni hanno una grande abbondanza di slang territoriale. Una volta capito il senso letterale, il resto è un gioco da ragazzi. Dico sempre che la traduzione letteraria è una traduzione letterale, nel senso che il traduttore non deve essere anche autore. Deve essere un lettore forte, per poter avere grande padronanza della propria lingua, ma deve scordarsi di essere autore. Quando sento un traduttore ergersi ad autore, impazzisco. È una sciocchezza, un segno di grande arroganza e mancanza di professionalità. Molti traduttori ti diranno di sentirsi autori, ma io diffido fortemente di questa categoria. Sovrapporre la propria voce a quella dell’autore è un delitto. Traduzione letterale non significa fatta coi piedi. Significa solo che il traduttore non deve e non può inventarsi niente. C’è già tutto nel testo originale. Basta trovare le parole giuste. Aggiungo che, a differenza di quasi tutti i miei colleghi, non leggo mai un testo prima di tradurlo. Leggerlo mi faciliterebbe le cose, ma me le renderebbe anche più noiose e io, viceversa, voglio che l’esperienza della traduzione sia quanto mai piacevole e associata all’esperienza della lettura in corso.

Durante il tuo lavoro ti confronti anche con l’autore?
Sempre, quando posso. Purtroppo, non sempre posso, nel senso che talvolta l’autore non vuole essere scocciato da nessuno. Ma avere un filo diretto con l’autore aiuta moltissimo.

Sei anche tu uno scrittore, parlaci dei tuoi libri…
Più passa il tempo e meno mi considero uno scrittore, soprattutto un romanziere. Ho scritto parecchio per le pagine culturali de Il Giornale e l’Unità (sì, lo so, sono l’inciucio fatto persona, l’incarnazione del compromesso storico…), ho pubblicato un romanzo a quattro mani con Luca Crovi, il thriller semiserio “Tuttifrutti”, nato come romanzo di formazione e poi trasformatosi in thriller in salsa olandese. Qualche settimana fa, parlando con Luca, ci è venuta una mezza voglia di scriverne il seguito. Staremo a vedere. Con lui potrei anche farlo, perché sarebbe divertente. Ho scritto pure un altro paio di romanzi che, però, non sono mai stati pubblicati e dubito possano esserli. Non è che abbia avuto grandi appoggi nell’ambiente. Per finire, ho scritto e pubblicato presso un piccolo editore piacentino che è pure un mio amico il libro di viaggio “Americrazy”, una riflessione su alcune idiosincrasie dell’America della provincia. Ho una mezza voglia di scriverne e pubblicarne un altro quando torno con la mia band in ottobre.

Quando hai deciso di fare anche lo scrittore? Cioè, è stata una necessità che ha preso il sopravvento?
In realtà, prima ancora di pensare di fare il traduttore, mi è venuto voglia di scrivere. L’istinto creativo e la voglia di scrivere li ho sempre avuti, fin da bambino. Poi mi sono messo a cantare e, quando ho dato vita alla mia prima band, a diciannove anni, i miei slanci artistici hanno trovato soddisfazione nella forma canzone. Per cui, in un certo senso, scrivo da più di trent’anni e l’ho fatto anche alle elementari. In casa mia i libri non sono mai mancati. Sono cresciuto circondato dai libri. Mio padre era un formidabile lettore onnivoro e ricordo che a sei o sette anni mi regalò i primi due albi di Asterix, che divorai e rilessi fino a conoscerli quasi a memoria.

Qual è il tuo rapporto con il cinema? … visto che gli autori che traduci sono spesso saccheggiati dal cinema…
Mi piace molto guardare un film, ma non ho nessun slancio critico e non sono certamente un cinefilo. Mi piace quel che mi piace e, a differenza della musica, preferisco che un film sia leggero. Mi piacciono anche film che abbiano temi importanti, ma il cinema è nato come forma di intrattenimento e come tale preferisco che resti. Il che non significa che debba essere vuoto. Ma adoro certi classici del western, per esempio, che agli occhi dei più possono sembrare bolsi, irreali, e invece sono lo specchio di una certa storia e geografia americana e dicono più di quanto appaia allo spettatore europeo medio. Insomma, avrete capito che preferisco John Ford a Nanni Moretti…

Sebarock at White SandsE con la musica? Sei anche un musicista…
La musica è il vero filo conduttore della mia vita, artistica e non. Ho scelto fin dal primo approccio di non fare musica italiana, di scegliere una via decisamente meno semplice. Ma è stata la musica americana, seppur filtrata dall’esperienza dei Beatles, a folgorarmi. Per cui, l’ho sempre suonata e, forte della mia conoscenza della lingua, i miei brani sono tutti rigorosamente in inglese. La mia band attuale, RAB4, insieme da quasi 5 anni, è un quintetto rock elettroacustico in cui si fondono tutte le mie influenze: rock&roll, bluegrass, blues, soul. Siamo attivi nei locali dell’Italia settentrionale e abbiamo suonato in Germania e negli USA. A ottobre torneremo negli Stati Uniti. Io sono cantante e chitarrista.

Sei direttore artistico del festival musicale “Dal Mississippi al Po”, di che si tratta?
Di un festival musicale-letterario internazionale, giunto quest’anno all’undicesima edizione. Si svolge a Piacenza e in provincia di Piacenza ed è nato con l’intento di celebrare la cultura afroamericana, soprattutto attraverso la sua musica, il blues, ma allargandosi fino a diventare un contenitore di liberi pensatori e artisti. Scrittori e musicisti vivono in simbiosi per tutta la durata del festival e non c’è di fatto soluzione di continuità tra una forma espressiva e l’altra, con musicisti che accompagnano gli eventi letterari e scrittori che presentano i musicisti sul palco. Negli anni, abbiamo avuto centinaia di ospiti internazionali, in larga parte americani. Quest’anno il festival sarà spalmato su due diversi weekend, il primo a Piacenza dal 25 al 28 giugno, con la partecipazione tra gli altri di James Grady (autore de “I sei giorni del Condor”) e Frank Lisciandro (amico fraterno, fotografo, produttore e biografo di Jim Morrison), e il secondo a Travo, in Val Trebbia, con la partecipazione, tra gli altri, di John Harvey e Michele Giuttari.
(Enzo Latronico)

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