Quell’assistente napoletano di Luchino Visconi

Rod Steiger e Francesco Rosi sul set de "Le mani sulla città"
Rod Steiger e Francesco Rosi sul set de “Le mani sulla città”

Francesco Rosi non aveva lasciato il cinema per stanchezza, ma per il timore di non essere più in grado di raccontare la realtà – quella sociale, e politica, italiana – in tutta la sua urgenza. Così dichiarò a Tornatore nel libro “Io mi chiamo cinematografo”, del 2012. E ironia della sorte, nel 2012 Cannes gli assegna il Leone d’Oro alla carriera. Assistente alla regia di Luchino Visconti da ragazzotto, cinofilo folgorato da Charlot, dieci anni dopo dà inizio con il suo primo lungometraggio “La sfida” ad una intensa filmografia, che sarà un’eredità artistica assoluta. Si tratta di uno dei registi più importanti – assieme ad Elio Petri e Giuliano Montaldo – del filone dei film “d’inchiesta”, in cui questioni politiche e sociali dell’Italia di quegli anni (1960 – 1980) vengono indagate e approfondite, con spirito vicino a quello del cinema documentario. Asciutta obiettività descrittiva quella di Rosi, che non rinuncia però a prendere chiare posizioni: da “Salvatore Giuliano” del 1962 a “Le mani sulla città” dell’anno seguente, fino al capolavoro “Il caso Mattei” del 1972. “Uomini contro” del 1970 merita uno spazio a parte perché è proprio con questo film che Rosi mise a nudo la ferita mai sanata delle condizioni disumane cui furono sottoposti i nostri soldati durante il primo conflitto mondiale. Nel 1997 ha diretto anche la trasposizione cinematografica del romanzo di Primo Levi, “La Tregua”, interpretato da John Turturro. Cala il sipario sulla vita di un uomo e regista che non ha mai abbandonato schiettezza, rigore, passione ed umanità, nel suo racconto del potere e della denuncia del malaffare italiano.
(Alice S. Bellan)

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