Lo splendido viaggio in Italia di Martin Scorsese

Martin Scorsese
Martin Scorsese

Il Neorealismo, il nostro Neorealismo fu un movimento tanto straordinario quanto dirompente, una sottolineatura disarmante eppur reattiva che andò a mettere le mani nella ferita, ancora aperta, di quell’Italia miserrima e distrutta che a fatica stava tentando di rialzare la testa dopo la seconda guerra mondiale. L’intero sistema cinematografico era a pezzi e si sentiva, da parte di un manipolo d’uomini, l’esigenza di comunicare alle nazioni, che in qualche modo erano sopravvissute e a quelle vincitrici, la realtà postbellica, di far giungere oltre… un lamento. Tutto ciò, non è sfuggito a un grande della cinematografia statunitense come Martin Scorsese il quale ha realizzato un documentario eccezionale sulla nostra storia del cinema attraverso le monografie di quegli autori che fecero il Neorealismo: Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica e un giovanissimo Federico Fellini successivamente staccatosi per impressionarci con i suoi racconti onirici e anche un po’ autobiografici. “Il mio viaggio in Italia” è il titolo del documentario di Martin Scorsese e tale titolo lo si deve a Roberto Rossellini che con il suo film “Viaggio in Italia” del 1953, folgorò letteralmente, sia dal punto di vista umano che cinematografico, il regista americano. Diviso in due parti, è andato in onda lunedì e martedì su Rete4, ovviamente in seconda serata inoltrata, cominciando proprio da Rossellini e da come cambio il panorama cinematografico con soli tre titoli: “Roma città Aperta”, “Paisà” e “Viaggio in Italia” appunto. Scorsese non dimentica certo “Germania anno zero” ma se lo tiene per ultimo perché è il film di Rossellini forse più forte e autodistruttivo, un film sulla disperazione, in questo caso, di un bambino costretto a vagare in cerca di cibo tra le rovine di Berlino, ricerca che lo porterà ad uccidere prima l’anziano padre, poi se stesso. La protagonista assoluta dunque è la realtà, così come lo sono gli attori, presi dalla strada e sbattuti davanti ad una cinepresa, la loro “incapacità” interpretativa diviene forza d’urto e consacrazione, uno per tutti: Lamberto Maggiorani di “Ladri di biciclette”, un operaio della Breda di Brescia che fu notato per caso da Vittorio De Sica. Luchino Visconti, come Rossellini, intraprende la carriera cinematografica rappresentando situazioni al limite della sopravvivenza in film come “Ossessione” (1943) e “La terra trema” (1948), e prosegue coniando un suo personalissimo stile di straordinaria bellezza scenografica; “Senso” del 1954 ne è il tipico esempio. Interpretato da Alida Valli e Farley Granger, ambientato negli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia, narra le vicende di una nobile veneziana che s’innamora di un giovane ufficiale austriaco, ciò le costerà tutto, compresa la vita di alcuni carbonari che in lei confidavano per un’azione di rivolta. Ma al di là della storia, scontata se vogliamo, Visconti parte proprio da questo per non banalizzare il tutto con una profonda introspezione dei personaggi perfettamente incorniciati nell’Italia del 1870. Qui nulla è lascito al caso e ogni singola inquadratura è calibrata sia sugli arredi che sui personaggi, l’immensa cultura teatrale di Visconti ha permesso una trasposizione stupenda e il suo particolare studio sulla fotografia ha reso il tutto come un quadro di Fattori, per questo, a volte, quando si parla di certo cinema non si può non parlare di furti alla storia dell’arte. Il “Gattopardo” (1963) rappresenta nella cinematografia mondiale, l’acme della perfezione cinematografica. Vittorio De Sica e Federico Fellini, sono le correnti un po’ anomale del Neorealismo, infatti, se il primo inizia come di consuetudine, finisce altalenando dal cinema detto “impegnato” alla più pura commedia all’italiana regalandoci personaggi, seppur comici, estremamente umani come il maresciallo Cotone de “I due marescialli” (1961) con Totò e l’altrettanto famoso maresciallo, sempre dei carabinieri, di “Pane, amore e fantasia” (1953) e “Pane, amore e gelosia” (1954); il secondo rimane sempre fedele al suo stile tanto che sarà trasformato nell’aggettivo aggettivo di se stesso: “felliniano”. Dopo tentativi falliti “Lo sceicco bianco” (1952) e di cinema classico come “I vitelloni” (1953) scaturito da compromessi perché nessuno credeva nelle sue capacità, imbrocca la via della consacrazione con “La strada” (1954) e soprattutto con “La dolce vita” (1960), film spartiacque ma troppo frettolosamente definito per l’epoca “pornografico”. Con Fellini usciamo dai canoni classici del cinema e tutta la sua lunga carriera ne è la conferma, certo non è questa la sede ora per una più approfondita esegesi ma ci basti sapere che quando nel mondo si parla di cinema il nome più citato è proprio quello di Federico Fellini. Quel cinema indubbiamente coniò uno stile, un nuovo “calligrafismo” di messa in scena e morale che un grande del cinema come Martin Scorsese ha saputo davvero raccontare con maestria e composta passione incorniciato da una bella fotografia in bianco e nero nella sua New York.

(Enzo Latronico)

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