Giù la testa. Quando Sergio Leone citava Mao e la rivoluzione

 

Rod Steiger e James Coburn in una scena
Rod Steiger e James Coburn in una scena

“Giù la testa” è sicuramente il film più anomalo della seconda trilogia iniziata con “C’era una volta il west” e conclusa con “C’era una vola in America”. Nasce come trait d’union tra i due film appena detti, un prosieguo naturale tra la prima epopea western e l’approdo all’America degli anni ’30. “Giù la testa” esce dagli schemi usuali del western di Leone a partire dall’ambientazione in un paese a ridosso degli Stati Uniti, il Messico, per arrivare ai personaggi studiati con meticolosa attenzione ai quali affidare l’iconologia del film: la rivoluzione. “La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La rivoluzione è un atto di violenza”. Con questa citazione di Mao dal tono serioso e preoccupante si apre la storia del peone Juan interpretato da Rod Steiger che rompe la tensione della citazione orinando su un tronco divorato dalle formiche mentre attende la diligenza. Juan è rozzo e all’interno della carrozza vi trova solo esponenti dell’alta società americana: un alto prelato, un politico, proprietari terrieri e una signora nauseata dalla sua presenza i quali, una volta fatto accomodare Juan in un angolo, danno inizio ad uno spietato teatrino, un basso turpiloquio ai danni della classe contadina. Per il peone è solo l’incipit di una rivoluzione che assume le forme dello sberleffo non appena i figli di Juan assaltano la diligenza. Juan si rivela per quello che è, un bandito a cui non importa niente della revoluciòn. Sarà invece l’esplosivo incontro con John (James Coburn), terrorista irlandese riparato in Messico, a cambiare la sua vita e a trasformarlo, suo malgrado, in un eroe della causa. Il dualismo introspettivo è perfetto e mette a confronto due realtà completamente diverse che alla fine saranno una sola, quella del dinamitardo John, delusa dalla causa e dal tradimento del suo migliore amico, e quella di Juan, peone bandito che vede in John (grazie alla sua dinamite) solo un biglietto d’ingresso per la banca di Mesa Verde, ma che resterà incastrato dalla sua amicizia e sposerà definitivamente la causa quando John resterà ucciso da Gunterrezza, comandante dell’esercito messicano. “Giù la testa” è un capolavoro iconografico surreale e reinventato con grande coraggio da un uomo che riproponeva il western quando il western era ormai finito. Poetico e romantico, il film è farcito di struggenti flashback che, come un film parallelo, rivelano, oltre alle straordinarie doti espressive di Coburn, la sofferta interpretazione dello stesso, prima acceso sostenitore della causa irlandese, poi giudice e carnefice del tradimento dell’amico. E per concludere, le deflagrazioni di John distorcono magistralmente la colonna sonora di Ennio Moricone. “Giù la testa” è la perfetta continuazione di “C’era una volta il west” e il perfetto preludio a “C’era una volta in America”.

(Enzo Latronico)

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