E adesso? Come fare senza Alain Resnais?

Alain Resnais
Alain Resnais

Resnais Alain, classe 1922, figlio di farmacista, di Vannes. Nelle ultime apparizioni, si presentava con ciuffo ribelle di capelli bianchi e gli occhiali scuri a celare uno sguardo in realtà dolce e curioso. Come – tutto in piedi – del festival di Cannes dove ebbe il suo ultimo riconoscimento, un premio speciale alla carriera legato al suo film del 2009 “Les herbes folles”. Regista dell’immaginario della memoria: è il Marcel Proust del cinema: seppe adattare l’idea di “tempo sensibile”, quella percezione del reale che nella mente si accende a tratti, si illumina per un ricordo, una sensazione, una associazione di idee scomponendo e ricomponendo il ricordo. Maestro della memoria, grazie anche alla sua esperienza nella creazione di documentari. Si iscrive alla prima scuola di cinema d’Europa (l’Idhec) nel 1943. Ha l’arroganza dei giovani e dopo appena un anno lascia gli studi per misurarsi direttamente con la regia. A parte un goliardico tentativo con l’amico Philipe (“Aperto per inventario”, 1946) e un tirocinio come assistente alla regia, si lascia attrarre dal linguaggio del documentario e, con oltre 20 titoli all’attivo in pochi anni e un Oscar di categoria (“Van Gogh”, 1947), diventa un maestro del cinema della realtà. Si avvicina alle scuole artistiche che vanno di moda nella Parigi esistenzialista degli anni ’50: il nouveau roman in letteratura e la nouvelle vague al cinema. Alain Resnais  trova nella “de-costruzione” del racconto di Marguerite Duras e nella sperimentazione di Alain Robbe Grillet i suoi punti di riferimento. Grazie alla prima esordisce nel lungometraggio con l’applaudito e affascinante Hiroshima mon Amour (1959), insieme al secondo va alla conquista del Leone d’oro alla Mostra di Venezia (“L’anno scorso a Marienbad”, 1961). Nello stesso periodo, crea “Notte e nebbia” su Auschwitz e “Tutta la memoria del mondo” dedicato al senso universale della biblioteca. Si dice sia l’artista di riferimento della Nouvelle Vague ma senza aderirvi. A quella rivoluzione estetica (cui rende omaggio con “Muriel”, 1963) preferirà un impegno civile e politico più diretto, ispirato dal sodalizio con lo sceneggiatore spagnolo Jorge Semprun di cui girerà “La guerra è finita” (1966). Negli anni 70′ cambia un pò stile, ma rimane fedele al viaggio nell’immaginario: convince il divo Jean-Paul Belmondo a interpretare il grande truffatore Stavinsky nel film omonimo: nella ricostruzione d’epoca della vita, racconta un grande truffatore della Belle Epoque. Da quel momento il suo cinema diventa macchina di ricerca. Prende a pretesto i temi che gli sono cari: la memoria in “Providence” con Dirk Bogarde (1977), la scienza con “Mon oncle d’Amerique” (1980), il melodramma con “La vita è un romanzo” (1983), il racconto d’appendice con “Mélo” (1986), il fumetto con “Voglio tornare a casa” (1989), il teatro  “Smoking/No smoking” (1993) fino all’intreccio drammatico di 6 ‘Cuori’ (2006), soggetto del commediografo inglese Alan Ayckbourn. Sarà lui ad appassionarlo negli anni dell’ultima maturità, tanto da ricorrere ai suoi testi nel film del congedo “aimer, boir et chanter” (2014). Con Resnais scompare la sua leggerezza drammatica, il ricordo della coscienza della cultura europea e ci lascia l’incertezza, già presentata da lui, ma vissuta senza dramma, con il distacco della mente e la malinconica nostalgia della passione.

(Alice S. Bellan)

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