Un pomeriggio con Roger Moore

Roger Moore
Roger Moore

[Londra] “Metti una sera a cena” è un particolare film del ’69 di Giuseppe Patroni Griffi, delicato e conviviale per certi versi (fermiamoci qui)  ma che potrebbe riassumere il senso di un incontro con il pubblico da parte di Roger Moore e diventare tranquillamente: metti un pomeriggio con Roger Moore. Sir Roger Moore infatti, classe 1927, londinese, sta portando in tour, lungo tutto il Regno Unito, un singolare spettacolo teatrale nel quale si racconta al pubblico senza maschere di sorta e in assoluta tranquillità, incalzato di tanto in tanto dalle puntuali domande del suo addetto stampa Gareth Owen. Uno spettacolo elegante e in puro stile Roger Moore, quello stesso stile che l’ha sempre contraddistinto e che grazie al quale è diventato appunto Roger Moore. Al  New Wimbledon Theatre di Londra si è tenuta la prima di “An afternoon with Sir Roger Moore”. In un teatro gremito, dal palchetto d’onore fa il suo ingresso, in abito bianco, Mrs. Kristina Tholstrup Moore, quarta moglie di Sir Roger che con fare davvero molto affettuoso segue il marito nelle sue performances e già l’attesa per vederlo sul palco diventa spettacolo stesso, le colonne sonore e una sequela di foto di scena  dei suoi film proiettate sul fondale del palcoscenico accompagnano lo spettatore, quasi prendendolo per mano, lungo tutta la sua carriera cinematografica. Finalmente dopo i canonici dieci minuti di ritardo fa il suo ingresso Gareth Owen che dopo i saluti e i ringraziamenti di rito annuncia: “Ladies and Gentlemen… Sir Roger Moore”. Un lungo applauso, 007’s gun barrel,  british emotion e dalla destra del palco entra lui, e pare subito di vedere James Bond. Lo spettacolo comincia. Con un impeccabile completo blu e cravatta regimental, alza il sopracciglio alla Bond e sposta da una specie di trono un cuscino che riporta l’union jack, sorride, la mostra la pubblico e con delicatezza lo poggia a terra, accanto alla sua poltrona/trono. Si accomoda, si sbottona la giacca, sistema la cravatta e comincia a rispondere alla prima domanda posta da Owen, la più semplice e canonica delle domande: “come è iniziata la tua carriera?” Giovanissimo, risponde sicuro e divertito, subito dopo il servizio militare nella Royal Army (l’esercito); prima a teatro con piccole parti, poi al cinema mettendosi in evidenza con il film “L’ultima volta che vidi Parigi”, era il 1953. Qualche anno prima però, quando lavorava in piccole produzioni inglesi, per le quali ha fatto di tutto, si rese conto che quella dell’attore sarebbe potuta diventare una professione, ne parlò con suo padre, un agente di polizia, il quale con disappunto lo pregò di lasciar perdere. Non lo ascoltò. La conversazione continua e tra una battuta e l’altra si affronta il tema di Ivanhoe, serie televisiva che lo vide nei panni del mitico condottiero ideato da Walter Scott e per il quale ha dovuto imparare a cavalcare e a tirar di spadone. Riferisce che durante un’azione a cavallo il regista diede lo stop per permettere il passaggio di un gregge di pecore. Poi giunge il momento del “Santo”, Simon Templar, un personaggio a cui Sir Roger è davvero molto affezionato e non è mancato un momento d’ilarità quando è comparsa sulla testa di Moore un’aureola proiettata su uno schermo. Era talmente in simbiosi con Templar che la gente e gli amici lo chiamavano Simon oppure mr. Templar. Suo bersaglio preferito è sembrato essere Sean Connery, al quale non ha risparmiato la sua famosa esse trascinata da scozzese e per rincarare la dose ha pronunciato, in un inglese perfetto, la battuta: Bond, James Bond; per pronunciarla nuovamente alla Sean Connery: Bond, Jamesshh Bond. Lo ha comunque definito suo carissimo amico anche se ha dichiarato che il suo 007 preferito interpretato da Connery è “Diamonds are forever” (il peggiore della serie). L’intervista è proseguita toccando un’altra serie culto “The Persuaders – Attenti a quei due” e qui Moore non ha risparmiato nulla nemmeno al povero Tony Curtis. Lo ha definito bizzarro e strano poiché sul set indossava con orgoglio sempre un paio di guanti neri, li ha portati per tutta la serie e di tanto in tanto urlava “Roger, Roger… look here” (guarda qui) e roteava le mani in alto; Roger Moore sorride e pronuncia a denti stretti: “very strange, i never understood” (molto strano, non l’ho mai capito).

Roger Moore e Barbara Bach in "007. La spia che mi amava"
Roger Moore e Barbara Bach
“007. La spia che mi amava”

Dopo una breve pausa, Sir Roger finalmente affronta il tema di James Bond, tutta la seconda parte dedicata a 007, al suo timore per le armi e a certi mancati primi piani perché chiudeva gli occhi non appena sparava “was stronger than me” (era più forte di me). Il suo Bond è stato quello più longevo, interpretato infatti per sette pellicole e anche quello più raffinato ed elegante anche se il più lontano dal romanzo. Ha definito ad esempio Hervé Villechaize, l’interprete di Nick Nack in “L’uomo dalla pistola d’oro”, un vero donnaiolo… spesso pagava (sorride). Ha concluso parlando di Daniel Craig (l’ultimo Bond) trovandolo molto vicino a Sean Connery e ha apprezzato particolarmente “Skyfall” definendolo “terryfing” che al contrario, per un private joke tutto inglese, significa sconvolgente in modo magnifico. Gli ultimi dieci minuti li ha dedicati alla sua cara amica Audrey Hepburn e al suo lavoro di ambasciatore Unicef. Al termine dello spettacolo, Sir Roger, si è speso rispondendo alle domande del pubblico, riscuotendo anche la dichiarazione d’amore di un’attempata ammiratrice alla quale ha risposto “please, i’m married and my wife is here” credo che non occorrano traduzioni. Il commiato, dopo quasi due ore, è stato commovente, un saluto da reale alzando elegantemente la mano al cielo per dare appuntamento al prossimo incontro.

(Enzo Latronico)

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