L’importanza di essere un ponte nel cinema

frame tratto da I ponti di Toko-Ri
frame tratto da I ponti di Toko-Ri

Da sempre il ponte nell’immaginario filmico rappresenta per l’eroe la via di fuga o l’obiettivo strategico da far saltare in aria per impedire ovviamente la via di fuga dell’eroe. Sui ponti avvengono gli scambi dei prigionieri, dall’altra parte del ponte c’è l’altro Stato dove la polizia non ha giurisdizione, o semplicemente si passa sul ponte perché il percorso stradale lo prevede e comunque non disturba mai l’economia del film. Eppure quando si parla di un ponte protagonista di un film quello viene sempre in mente è Il ponte sul fiume Kwai di David Lean (1957) con Alec Guinness e William Holden, oppure i ponti di Toko-Ri di Mark Robson (1953) sempre con William Holden e Grace Kelly, e se ci allontaniamo per il tempo di una riga dal genere bellico possiamo certamente ricordare I ponti di Madison County di Clint Eastwood (1995) interpretato per l’occasione dal Clint “fuori ruolo” Eastwood e Meryl Streep. E i super eroi? Possiamo mai dimenticarli? Certo che no e allora alla fiera dei ponti esibiti sfilano l’Uomo Ragno che salta da una campata all’altra di un qualsiasi ponte, Batman, i Fantastici 4 e l’immancabile Superman che va sempre a recuperare lo scuolabus in bilico sul ponte. Tanti altri ce ne sono, troppi ce ne sono e lo spazio a nostra disposizione sicuramente non basterebbe per descriverli tutti ma su due film in particolare vogliamo soffermarci: Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone (1966) con Clint Eastwood, Eli Wallach, Lee Van Cleef e Giù la testa sempre di Sergio Leone (1971) con James Coburn e Rod Steiger.

frame tratto da Il buono, il brutto, il cattivo
frame tratto da Il buono, il brutto, il cattivo

Per quanto riguarda il primo film, il ponte fa la sua comparsa quando i due protagonisti (Eastwood e Wallach) stanno giungendo a l’agognata meta, non possono attraversarlo perché oggetto di conquista di due schieramenti militari opposti, nordisti e sudisti. Si fanno catturare dai nordisti e con la scusa di volersi arruolare fanno la conoscenza del capitano Clinton (tempi non sospetti) interpretato da un magistrale Aldo Giuffrè.  I nostri non capiscono perché nordisti e sudisti continuino a fare scaramucce intorno al ponte senza farlo saltare e il capitano Clinton spiega loro: ordini! Dall’ultimo assalto però Clinton torna gravemente ferito e il biondo (Eastwood) gli dice: cerca di campare ancora un’altra mezzora… che ti faccio sentire un bel botto. Clinton sorride, il ponte salta, immortalato in una delle scene più belle del cinema, Clinton muore col sorriso sulle labbra. Fermiamoci qui. Quel maledetto ponte tanto costò a Leone, Eastwood e alla produzione, infatti, il ponte che salta nel film è un surrogato dell’originale che avrebbe dovuto saltare durante la ripresa. Il ponte originale era stato perfettamente costruito per l’occasione con un notevole dispendio di soldi e per la scena decisiva (buona la prima) era stato accuratamente minato, dunque, un solo ciak. Eastwood e Wallach sono vicinissimi al ponte per prepararsi alla scena, troppo vicini, non hanno ancora preso posizione, il tecnico è pronto col detonatore ma un errata interpretazione del segnale di via fa saltare il ponte prima del previsto. Eastwood e Wallach sono molto arrabbiati, Sergio Leone guarda nel vuoto. Timidamente un macchinista si avvicina a Leone e chiede: e adesso? Che facciamo? Anzi: e mo? Che famo? E Sergio Leone sempre guardando nel vuoto risponde: famo pausa. Se in questo film il ponte rappresenta un ostacolo da abbattere per far smettere una battaglia inutile e continuare il proprio percorso alla ricerca del tesoro, nel secondo film invece, Giù la testa, il ponte rappresenta la salvezza, cioè una strada da interrompere per impedire al cattivo Gunterreza di attraversarlo con le sue truppe per combattere contro i rivoluzionari. Sean (James Coburn), esperto di esplosivi, convince in qualche modo Juan (Rod Steiger), a diventare un rivoluzionario nel Messico del 1916. Il ponte si diceva, è l’unico che con il suo sacrificio indotto può salvare i rivoluzionari, Sean lo mina e quando i soldati sono sul ponte lo fa saltare senza esitazione. Perché citare questa scena? Perché diventa un capolavoro di cinematografia quando al posto dei rumori dell’esplosione si sentono le note della colonna sonora di Ennio Morricone, è la capacità di stemperare la tensione e rendere estremamente poetica una scena feroce come questa. I denti bianchissimi di Coburn e Steiger sono il paradosso che rappresentano il mito della frontiera, del West che sta tramontando per lasciare ormai il posto all’America che verrà, di lì a poco infatti arriveranno i protagonisti di C’era una volta in America, è un’altra storia.

(Enzo Latronico)

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1 Comment

  1. Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perche’ il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

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