Mentre tutti parlano della marcia su Roma…

Il federale, il capolavoro di Luciano Salce.

E’ il 1943 e a Primo Arcovazzi, graduato delle Brigate nere in attesa di una promozione, fervente fascista e disposto anche all’estremo sacrificio pur difendere l’ideale fascista, viene affidata una missione: deve arrestare e riportare a Roma il professor Bonafè ritenuto dai fascisti pericoloso e scomodo perché potrebbe avere un futuro polito. Arcovazzi lo scova letteralmente in un paesino dell’Abruzzo, lo arresta e a bordo di un sidecar lo traduce a Roma. Inizia così un viaggio che tra peripezie indimenticabili (come la spericolata guida del sidecar) e letteratura più o meno improvvisata (la recitazione delle poesie dedicate al duce da parte di un eroe fascista, e la convinzione che le stesse siano superiori alle opere di Leopardi)  tenderà a unire i due in un’inevitabile complicità. Detto ciò, come si fa a non pensare al Federale di Luciano Salce? Già perché non è facile “spulciare” tra la cinematografia, a volte superiore, a volte un po’ buttata via, di Luciano Salce, e quando si pensa a lui si pensa a quell’antipatico dalla bocca storta, a Fantozzi e a Vieni avanti cretino, quest’ultimo quasi come un testamento cinematografico. Non so, eppure il Federale sicuramente spicca per linguaggio e regia, spicca come il lavoro che avrebbe consegnato Salce all’Olimpo del cinema, e così è stato; e poi? E poi ci sono stati altri film, altri produttori, altre esigenze, altre storie, alla fine, ciò che resta, quando si parla di Salce, è sempre l’immagine di Arcovazzi che a cavallo del suo sidecar, guardando dritto davanti a sé, attento alle buche con acqua lungo il suo cammino, pensa alla Roma fascista e al suo duce.

Ugo Tognazzi e George Wilson

A cinquant’anni dall’uscita del Federale e a venti dalla morte di Salce, il film resta ancora “un’anomalia” nella cinematografia di genere, nel caso specifico della commedia italiana. Eppure il plot riunisce sicuramente le tipiche caratteristiche della commedia, il cinismo e l’intreccio narrativo ambiguo e sempre in bilico tra comicità e dramma. Salce è forse ancora troppo legato al teatro della rivista, soprattutto quella un po’ intellettuale (ricordiamo ad esempio il trio Salce – Vittorio Caprioli – Franca Valeri), per  rinunciare a riprodurne certi meccanismi ed è normale che una pellicola come il federale appunto tenda a somigliare quasi ad un insieme di sketches prima di trovare una sua identità stilistica. Il ritmo è quello tipico giocato sul dualismo tra il comico (Ugo Tognazzi/Primo Arcovazzi in questo caso) e la sua spalla (George Wilson/Prof. Bonafè) caricato dalla diversità recitativa dei due protagonisti, insomma, alla fine Salce dà allo spettatore ciò che vuole, seppure abbia cercato di affrancarsi da ciò, e cioè gli consegna un fascista ottuso, ignorante ma simpatico alle prese con la cultura e l’intelligenza del suo prigioniero. La coppia funziona. Il film funziona. Entro certi limiti, come quelli detti sopra, e nel tentativo anche di mettere in scena un periodo storico, il federale si fa apprezzare come commedia esplicitata ad esempio nella scena della lettura del curriculum di Arcovazzi da parte di un gerarca “ è andato da Cremona a Roma a piedi per farsi ricevere dal duce”, “ed è stato ricevuto?”, “No”; o nel finale quando Arcovazzi recuperata una divisa da federale entra a Roma col suo prigioniero e non sa ancora che gli americani hanno preso Roma e nonostante ciò continua a girare per Roma convinto che gli americani siano prigionieri dei fascisti, un’ottusità idealistica che lo porterà dritto dritto in mano ai partigiani che inizieranno a pestarlo, solo l’intervento di Bonafè fermerà il massacro “non picchiavano te, ma la tua divisa” dirà paterno Bonafè mentre Arcovazzi col sangue al naso risponderà “sì ma… nella divisa c’ero io”; a volte divertente, come la notte passata in piedi sul campo minato salvo scoprire l’indomani che il cartello con sopra scritto actung minen l’avevano messo i contadini per tenere lontano indesiderati visitatori. Quindi se da una parte Salce vuole fare un film “serio” o meglio serioso, scegliendo un co-protagonista come Wilson al posto di Raimondo Vinello (evitando così la farsa) dall’altra parte però non riesce totalmente a rinunciare ai canoni narrativi tipici della commedia all’italiana, come l’incontro con la presunta vedova del gerarca poeta scomparso nei cieli d’Albania (che in realtà è nascosto nella soffitta di casa in attesa della fine della guerra) o come l’incontro di Bonafè con la nobildonna caduta in disgrazia, e ancora, le poesie sul duce recitate con fermento ed esaltazione dal graduato Arcovazzi per finire con le poesie di Leopardi che diventano cartine per farsi una sigaretta e l’affondamento durante il guado di un fiume dell’inaffondabile mezzo anfibio tedesco. Mentre la serietà a l’abnegazione di Arcovazzi è messa in ridicolo dallo stesso Arcovazzi che si fa rubare l’uniforme e tenta di tornare a Roma in mutande, la dignità di Bonafè al contrario rimane integra fin non decide di rimanere travestito da tedesco (stratagemma usato per fuggire da una prigione provvisoria dei nazisti) per spillare un pasto a una famiglia di contadini italiani. Tutto sommato però Salce non fa del qualunquismo o della facile comicità ma narra con equilibrio una vicenda come tante.

(Enzo Latronico)

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