Quando il cinema ti strizza l’occhio

Charlie Chaplin ne “Il dittatore”

Quando un autore ci strizza l’occhio? Quando ci prende per mano, in un rapporto a due, quasi ed esclusivamente intellettuale oserei dire e ci conduce all’interno di una storia solo attraverso simbologie e a volte paradossali situazioni? Quando il filo del discorso si complica, scotta, e senza un metro di giudizio cognitivo, da parte di chi è vittima del colpaccio dell’autore. L’iconologia è il salvagente di un autore particolarmente irriverente per il sistema. Un esempio per tutti Charlie Chaplin. Ma prima di giungere all’esemplificazione di un’opera del 1917 come “L’emigrante”, credo sia opportuno entrare nell’argomento dando una spiegazione più scientifica del discorso iconologico. Erwin Panofsky (1892 – 1968) fu sicuramente tra i maggiori studiosi d’iconologia, del metodo cioè dell’interpretazione dei simboli e delle figure allegoriche nell’arte, nel caso specifico del cinema. Egli parte ad esempio, dallo studio della vita quotidiana, soggetti che tra l’altro potremmo vedere in qualsiasi film contemporaneo: “un uomo si toglie il cappello”. Per Panofsky in questa scena, sono identificabili tre livelli di significato, uno puro e semplice, un secondo insito nel significato sociale del gesto (in questo caso d’educazione), e un terzo indice di tutte le intenzionalità razionali e inconsce del gesto. Riprendendo dunque dalla comica chapliniana, nel film “L’emigrante” si vede una nave carica di emigranti appunto, mentre approda al porto di New York. Una volta a terra un poliziotto circonda i passeggeri con una corda formandone un unico fascio per evitare dispersioni e durante quest’operazione Charlot – Chaplin lo colpisce con un calcio nel sedere. A questo punto, secondo l’analisi del metodo panofskiano vediamo, ad un primo livello semplicemente la scena di un calcio, secondariamente notiamo che la scena è anche divertente, un calcio nel culo fa ridere quanto una torta in faccia (è se vogliamo un gesto sociale di maleducazione), ma è solo giungendo al terzo gradino della nostra analisi che si comincia a comprendere il rancore di Chaplin, immigrato inglese in America, verso le istituzioni americane, colpendo un loro rappresentante, colpevoli di umilianti trattamenti nei suoi confronti. Quindi, ricapitolando, inquadriamo tre distinti significati: primario o naturale, secondario o convenzionale, intrinseco o contenuto. Non dovrebbe risultare difficile a questo punto capire perché durante la caccia alle streghe degli anni ’50 la testa di Chaplin fu una delle prime a cadere insieme a quella di Joe Mankiewicz, ma quella fu un’altra storia. La storia del cinema è piena di questi esempi e risulta quasi imbarazzante citare film come “Tempi moderni” (1936) o “Il dittatore” (1940) sempre di Chaplin. Ben diverso è il caso di Nanni Moretti dove in “Bianca” (1984) il protagonista Michele Apicella, dopo una notte trascorsa a letto con la fidanzata, appare dietro ad un enorme vaso di cioccolata. Non c’è però da parte dell’autore nessun significato particolare, assolutamente non pubblicitario se non quello di estremizzare comicamente una scena assurda. Al contrario in “Sogni d’oro” (1981), nella sequenza finale, il professore di liceo seduto al tavolo di un ristorante, si trasforma in un mostro citando a più riprese “Lo strano caso del dottor Jeckyll e mister Hide” e questo comporta il riconoscimento di una fonte iconologica di secondo livello. D’altra parte quanto abbiamo detto finora, può senza dubbio risultare pericoloso nella lettura dei significati simbolici, più o meno razionali; agli eccessi cui potrebbe andare incontro un critico e perciò Panofsky tenta una mediazione, saldando il più possibile l’iconologia all’iconografia, senza tuttavia annullare l’una nell’altra. Ogni lettore che abbia una minima conoscenza di critica cinematografica può a questo punto trovare da solo, credo, esempi simbolici e interpretativi rapportabili alla realtà più o meno conscia di autori particolari.

(Enzo Latronico)

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